Il museo civico

La presenza di una zona archeologica esito della campagna di scavi promossa a partire dal 1971, dall'Università di Zurigo (direttore il prof. Hans Peter Isler), in stretta collaborazione con la Sovrintendenza di Palermo, ha prodotto la costituzione del Museo Civico Retino, aperto in via Roma a San Cipirello, avvenuta in seguito al ritrovamento delle quattro statue, due menadi e due satiri, provenienti dalla facciata del teatro.

 

La Sovrintendenza aveva deciso di trasportare le statue al Museo Nazionale di Palermo, ma la popolazione si mobilitò e in poco tempo riuscì ad approntare quanto era necessario per trasportare e mettere al sicuro le quattro mastodontiche sculture.

 

Le statue sono alte oltre due metri e seguono tutte la stessa tipologia. Le braccia alzate sostenevano un carico oggi mancante. Le donne portano entrambe una corona d'edera: sono dunque menadi che accompagnano Dioniso, il dio del teatro. Le figure maschili sono satiri, appartenenti anch'essi alla cerchia di Dioniso. Hanno il petto cinto di una ghirlanda e indossano una gonnella di pelo, il costume degli attori. Questo tipo di sostegno architettonico in forma umana è attestato in Sicilia, per personaggi maschili, a partire dal V sec. a.C. II materiale delle statue, il calcare fine del Monte lato, rende possibile l'elaborazione dettagliata di tutti i particolari. Lo stile delle figure è classico, la simmetria compositiva deriva dalla funzione di cariatide. Le statue appartengono all'edificio scenico originale. Le particolari condizioni di rinvenimento impediscono, per ora, di ricostruirne la collocazione precisa. Le statue indubbiamente, non erano autonome, ma inserite nell'architettura, e collocate in posizione angolare, come indicato anche dal fatto che una sola delle mani è lavorata. Due leoni accovacciati decoravano sul fianco le file di gradinata riservate alle autorità, soluzione decorativa questa che non trova per ora riscontro in altri teatri noti. Si espone uno dei leoni, reintegrato da più frammenti. Le differenze di colore della pietra indicano tuttora che i frammenti riposarono per secoli in strati di terra diversa il corpo del leone, privo di tre zampe, giaceva, ricoperto di fango, al centro dell'orchestra. Due delle zampe si rinvennero in prossimità delle due statue femminili, la terza apparve invece, anni dopo, vicino ai posti d'onore sul lato opposto dell'orchestra. La testa, che per secoli emergeva dal terreno, risulta molto consunta dalle intemperie. In fondo alla sala si vede, ricostruita, parte del tetto dell'edificio scenico del teatro. Si tratta di tegoloni lunghi quasi un metro e molto pesanti. Hanno le caratteristica di essere bollati con iscrizioni greche. Per coprire l'edificio scenico ci volevano almeno mille di queste tegole. Le tegole a iscrizione vanno attribuite al tetto del secondo edificio scenico. Una prima serie di queste recava l'indicazione: "TEATPOY del teatro'', applicata in posizione centrale. Lo stesso stampo "TEATPOY", già difettoso, fu riutilizzato per una serie di tegole di ricambio. Tutti gli edifici pubblici della città greca Iaitas, e cioè il tempio di Afrodite, l'edificio scenico, i portici dell'Agorà, erano coperti di tegole, bollate prima della cottura. Si voleva così impedire il furto di beni pubblici per scopi privati. Edifici pubblici richiedono una manutenzione costante. Numerose iscrizioni di tegole indicano nomi di persone che sono i nomi dei magistrati responsabili.

 

Con il tempo, il Museo si è arricchito di altri reperti di pregevole valore archeologico appartenenti ai periodi elimo, greco, romano e medioevale. Tali reperti sono tipologicamente e cronologicamente esposti in opposite vetrine.

 

 

Vetrina I: In alto si vedono alcuni materiali provenienti dagli strati di distruzione della casa a peristilio, come un calice di terra sigillata, un coltello da macellaio, e, in calchi, alcune monete. Spicca un manico di bronzo decorato a testa di satiro. Elementi della decorazione pavimentale e parietale della casa si vedono al ripiano inferiore. In alto a destra, esposta una campionatura delle lucerne provenienti dal deposito votivo davanti al tempio di Afrodite, e inoltre il vaso frammentario che reca inciso l'inizio del nome della divinità. Sul piano medio sono esposti i vasi del deposito votivo trovato all'interno del tempio di Afrodite. Questo deposito comprendeva anzitutto vasi per bere importati, tra cui due coppe fabbricate ad Atene, gravemente frantumate, appartenenti alla classe Droop. Pure da Atene proviene una tazza a vernice nera; quattro tazze molto frammentarie, di forma analoga, verniciate solo parzialmente, provengono invece da Corinto. C'è poi un gruppo di ciotole decorate a nastri, molto danneggiate, di produzione indigena locale. La ceramica d'importazione, di per sé semplice, deve essere stata altamente apprezzata a Iaitas, visto che ha subìto riparazioni a filo di piombo, di cui restano evidenti i fori praticati nella parete dei vasi. Nel ripiano inferiore della vetrina I sta, a sinistra, l'altare domestico della casa a peristilio. Seguono alcuni vasi usati dagli abitanti in epoca ellenistica. A destra si vede una scelta di materiale indigeno anteriore all'arrivo dei Greci a Iaitas, scoperto negli strati sottostanti il tempio di Afrodite.

 

 

Vetrina II: Nel ripiano superiore si vede una lucerna a sostegno, dono votivo ad Afrodite, il piattello di terra sigillata indica l'abbandono del teatro in epoca tiberiana, mentre i frammenti di sigillata africana provengono dagli strati tagonista bella e desiderata e quella del vecchio schiavo furbo. Sono tipi di maschera ben noti deldi crollo dell'edificio scenico, avvenuto attorno al V secolo d.C. Alcuni vasi medievali invece furono scoperti in una cucina di epoca tarda sull'Agorà. Il ripiano medio e quello inferiore mostrano, a sinistra, i vari tipi di antefissa del teatro, e cioè, in due varianti, la maschera della giovane prola Nuova Commedia di Atene. Si legge anche il bollo del fabbricante di queste antefisse, Portax, la cui fornace è stata identificata alcuni anni or sono alla foce del fiume lato. Nel ripiano medio a destra vediamo due grandi frammenti di vasi indigeni dell'ultimo periodo, databili, in base a vasi greci associati (il piccolo frammento a vernice nera, di importazione da Atene), nella prima metà del V secolo a.C. Nel ripiano inferiore sono esposti alcuni vasi sporadici provenienti dalla necropoli, saccheggiata prima dell'inizio degli scavi regolari. Sporadico è anche un coperchio di urna romana in marmo, ritrovato in un contesto medievale dell'agorà.

 

 

Vetrina III: Sono qui illustrate le tipologie della ceramica indigena incisa e dipinta, della ceramica greca a vernice nera e di quella romana (sigillata aretina ed africana).

 

 

Vetrina IV: Si espone una campionatura della ceramica medievale invetriata a base di piombo. Vi si aggiungono le pentole invetriate e quelle fatte a mano libera.

 

Vetrina in basso al centro: Adestra si illustra la tipologia delle lucerne di Monte lato, dagli inizi nel VI secolo a.C. fino in epoca sveva. A sinistra prodotti dell'artigianato antico e medievale. Spicca un frammento di rilievo osseo con Ganimede rapito dall'aquila di Giove. Notevoli anche i bronzi medievali di accurata lavorazione. Nel ripiano inferiore stanno un capitello ionico e una base, provenienti dal cortile della casa a peristilio. Inoltre due tegole con iscrizione bollata, l'una con il nome della città Iaitas, l'altra con il nome del magistrato Tammaros.